Zoccoli che appigliano l'aria

© Testo e foto: Luca GIORDANO
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Siamo ai piedi del Gran Paradiso, unica vetta di 4000 metri completamente in territorio italiano, una montagna affascinante circondata dal più bel Parco Nazionale del nostro Paese. La notte in rifugio è stata insonne come spesso accade. Sono uscito di buon ora e adesso cammino. Il sentiero che sto seguendo si inerpica svelto, e porta sulle rive di un piccolo ma incantevole lago. Il sole sta per sorgere e le cime si tingono di rosa. Attimo irripetibile, l’alba: dura la frazione di un secondo e illumina ogni cosa con sfumature di colore straordinarie.
In prossimità di questo specchio d’acqua, nelle prime ore del mattino, pascola solitamente un branco di camosci composto da centinaia di esemplari, che nel pomeriggio si smaterializzano nel nulla. Probabilmente questi animali trascorrono le ore più calde della giornata più in alto, su terreni di roccia preclusi all’uomo. Il camoscio è il re della roccia. Le sue zampe paiono tutt’uno con essa. Ah, la magia dell’evoluzione! Le ere hanno trasformato la fisionomia del camoscio e dei suoi arti: le dita di questo ungulato si sono ridotte a due e sono state ricoperte da uno zoccolo, straordinario strumento d’arrampicata che impedisce all’animale di scivolare.
Da lontano uno di loro già mi osserva. Percorro ancora qualche metro sul sentiero e mi imbatto in un magnifico esemplare. Quanto mi piacciono le corna del camoscio, con quelle estremità leggermente ricurve all’indietro, nere e sottili... Come tutti i caprini, i camosci sono dotati di corna cave e perenni, che ogni anno, nel periodo che va dalla primavera all’autunno, si allungano a causa della produzione di nuovo tessuto corneo alla base. Questo processo si interrompe in autunno per l’azione di alcuni ormoni sessuali: è proprio questa sosta a causare la comparsa dei solchi noti come “anelli di crescita”, il cui conteggio può rivelare con precisione l’età di ogni individuo.
A maggio, dopo una gravidanza di circa 25 settimane, le femmine hanno dato alla luce i loro piccoli. In grado di seguire la madre nei suoi spostamenti già dopo poche ore, a distanza di un paio di mesi questi cuccioli sono più attivi che mai. Si rincorrono senza sosta e a volte si riuniscono in gruppetti: sorvegliati da un paio di individui più anziani si cibano dell’erba più verde e giocano tra loro. Come tutti i giovani amano sentirsi indipendenti, ma spinti dalla fame o da uno spavento improvviso non esitano a ritornare al fianco delle protettive madri.
In realtà i cuccioli di camoscio non hanno quasi nulla di cui preoccuparsi. Il numero di individui uccisi dai predatori naturali è trascurabile, in particolar modo se paragonato al numero di individui uccisi dall’uomo durante la caccia di selezione o per bracconaggio. La pur possente aquila reale, infatti, preferisce di gran lunga catturare una marmotta, piuttosto che rischiare uno scontro con le piccole ma appuntite corna di un giovane camoscio.
Ora è estate, e i camosci brucano sereni e senza difficoltà le erbe più tenere che l’alta montagna offre. Devono mettersi in forze, perché verso la fine dell’autunno inizierà il periodo più duro dell’anno. Il freddo pungente e la penuria di cibo ad esso legata, infatti, sono le due principali cause di morte di questo ungulato. In aggiunta ai disagi provocati dall’inverno, negli ultimi anni una malattia che colpisce gli occhi degli ungulati ha fatto la sua comparsa: è la cherato-congiuntivite. Riducendo le facoltà visive dell’animale colpito, questo morbo riduce fortemente le possibilità di sopravvivenza del camoscio in un ambiente ostile come la montagna.
A pochi metri di distanza, un maschio rizza il pelo sulla schiena e tira fuori la lingua: un atteggiamento minaccioso verso un suo rivale amoroso. Il pelo estivo del camoscio è corto e di colore marrone chiaro, tendente quasi al beige. La mascherina facciale è praticamente assente: di essa rimane solo una striscia più scura che parte dall’occhio e termina sulla punta del muso. In inverno, invece, il manto dell’ungulato cambia aspetto radicalmente: un marrone scuro tendente al nero colora il pelo, in questa stagione più spesso e adatto a fronteggiare le rigide temperature. La mascherina facciale è più definita, con un caratteristico triangolo biancastro che scende fin sul collo del camoscio.
È scesa la sera, mi preparo a tornare al rifugio. Mi guardo indietro e lo vedo lassù, che mi squadra da lontano. Un profilo inconfondibile, corna indimenticabili.
Gli zoccoli del camoscio appigliano l’aria...” scrisse Erri De Luca ne “Il peso della farfalla”, un libro breve ma intenso e traboccante di amore per la natura e la montagna. Ripenso a quella frase. Sono certo che non esista modo migliore per descrivere l’esistenza di queste meravigliose creature, un’esistenza trascorsa nel vento, su rocce taglienti come rasoi.



Luca Giordano è un giovane fotografo, ma prima di tutto un grande amante della natura. Nato nel 1992 a Torino, fin da bambino ho avuto l'opportunità di trascorrere tante ore all'aria aperta, imparando a conoscere e a rispettare il mondo naturale. La passione per la fotografia è arrivata dopo, grazie al sostegno del padre. Non si dichiara un maniaco della tecnica fotografica e, anche se ammette l'importanza delle attrezzature, sostiene che quel qualcosa in più, che differenzia uno scatto banale da uno straordinario, sia da ricercare nel cuore e negli occhi di chi ha scattato, non nei megapixel di un sensore. Nel corso della sua ancora breve carriera ha collaborato, come fotografo e scrittore freelance, con diverse riviste naturalistiche e non, tra cui spiccano "Il Venerdì di Repubblica", "Piemonte Parchi", "Voci del Parco" e "Uccelli in Natura". Le sue fotografie e i suoi scritti sono stati pubblicati su libri e volumi divulgativi, tra cui "La nostra Fauna", edito dalla Regione Piemonte, "Il Rispetto, regola di vita" edito dal Lions Club International, "Sesso selvaggio, quando ad amare è la natura" di Claudia Bordese. Da un paio d’anni partecipa al concorso Veolia Wildlife Photographer of the Year, dove diverse sue fotografie sono arrivate a classificarsi per la fase finale.
www.naturalphotographer.it

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