Cammino di San Benedetto

Appunti dal cammino di un giovane pellegrino settantenne

© Testo e foto: Sergio ALLEGRANTI
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Sono tornato il 12 settembre dopo quindici giorni di cammino.
Quello che ancora porto dentro di me sono le visioni delle montagne e le valli coperte di boschi lussureggianti, i paesi arroccati, aggrappati alle pendici dei monti, le abbazie e i luoghi sacri pieni di spiritualità, di storia e di arte. Ma quello che più mi è rimasto è il suono grave e solenne della campana dell’abbazia di Montecassino, che spero rimarrà in me con la pace che mi ha trasmesso.
Ricordo, più specificatamente, le cose che porto con me con maggiore incisività.
A Norcia ho partecipato ad una funzione religiosa nella cripta della Basilica, molto coinvolgente e piena di raccolta spiritualità, con i canti dei monaci.
A Monteleone di Spoleto una straordinaria sensazione mi ha dato la vista della copia della biga ritrovata a Colle del Capitano, luogo di passaggio, è di una bellezza ineguagliabile!
Il valico fra Leonessa e Poggio Bustone è “tosto”, ma i boschi di faggi, le radure che si aprono sul crinale, i cippi che si incontrano e che segnavano il confine fra Stato Pontificio e Regno delle due Sicilie, i panorami, sono stupendi e mi hanno emozionato, e non poco.
Come mi hanno emozionato i santuari di San Giacomo a Poggio Bustone e La Foresta, scendendo a Rieti, con Francesco che ancora vive in quei luoghi.
Straordinaria è l’abbazia benedettina di Santa Maria del Piano, fra Pozzaglia e Orvinio, con il suo splendido campanile che si eleva sulla pianura.
A Subiaco ho avuto la fortuna di visitare il Sacro Speco al mattino, quando ancora non c’era nessuno, sono entrato, come dice il Poeta, nella “Soglia del Paradiso” nel silenzio più assoluto. È stata un’esperienza unica, sono uscito in uno stato che non so definire bene, emozionato? Di più, la mente e il cuore pieni di tante cose. Lo spirito pieno di riconoscenza per il Signore che lì mi ha concesso di arrivare.
Gli occhi pieni degli straordinari, tanti, affreschi che coprono tutte le pareti delle due chiese. L’affresco di Francesco di Assisi, non ancora santo, me lo ha fatto sentire veramente vicino. La grotta dove per tre anni ha vissuto San Benedetto, e vedendola, mi ha sconvolto l’idea che per tanto tempo questo uomo vi abbia potuto vivere.
La stradina in fondo valle che accompagna il fiume Aniene, così quieto e con le sue acque terse, inserito in modo armonioso nella natura circostante.
L’incredibile, enorme arco romano che mi sono trovato di fronte, quasi all’improvviso, in mezzo al bosco che sale da Trevi nel Lazio.
La Certosa di Trisulti, immersa nei boschi, imponente e piena di storia, con una antica farmacia che lascia stupefatti per la sua bellezza.
L’Abbazia cistercense di Casamari con la sua splendida chiesa gotica. Qui ho avuto la fortuna di essere ospitato dai monaci e di vivere con loro la sera e il mattino e quindi di partecipare alle funzioni religiose con canti in gregoriano. Per questo mi sono seduto, con timore reverenziale,su uno scanno dell’antico e prezioso coro ligneo andando col pensiero a chi e a quanti, prima di me, si sono seduti sullo stesso scanno attraverso i secoli. Inoltre ho avuto il privilegio di cenare con i monaci nel loro splendido refettorio.
L’acropoli di Civitavecchia, presso Arpino, le sue mura megalitiche e il loro arco a sesto acuto mi hanno portato nella notte dei tempi.
Le gole di Melfa, con le loro aspre rupi, affascinano chi le attraversa.
Infine Montecassino con tutta la sua dolente storia passata e recente. Tanti pensieri assalgono la mente mentre ci si avvicina all’abbazia e il cuore si stringe quando si visita il cimitero dei soldati polacchi. Torna a calmarsi un poco, quando, giunti all’ingresso dell’abbazia, la scritta PAX sulla porta ci saluta. Anche qui ho avuto il privilegio dell’esperienza di vita monastica e di accedere allo stupendo refettorio dei monaci.
Questo, a “volo d’uccello”, le cose e le immagini che più mi porto dentro di questo mio ultimo bel Cammino di cui devo ringraziare Simone autore della guida. Tante sarebbero le cose da aggiungere, dalla bellezza dei borghi attraversati all’ospitalità ricevuta, in particolare di Padre Alberto a Casamari a Padre Francesco a Montecassino.
La solitudine che mi ha fatto compagnia durante tutto il cammino, che mi ha fatto scendere nel profondo del mio essere, che alcune volte mi ha fatto sentire fragile, forse anche per i miei settantuno anni di età, e allora il Signore mi è stato vicino, ha fatto spaziare la mente e l’ha fatta volare con la fantasia.
Ma quello che in me riaffiora con più forza è lo straordinario suono della grande campana di Montecassino che ho udito alle cinque del mattino per dieci minuti diffondere il suo suono potente, grave e solenne ma pieno di profonda pace, dall’alto del monte giù nella valle e a tutto il mondo, forse a voler ricordare cosa là è successo e trasmettere, comunque, la speranza di un futuro di pace.
Ultreya!
Sergio... pellegrino.



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Il cammino di San Benedetto

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